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Se la capacità competitiva si misura in velocità, le app devono essere sempre in versione beta
27 luglio 2017
Gli Incontri ICT di Finaki rappresentano un importante momento di confronto e riflessione all'interno della comunità dei CIO italiani sui grandi temi che vedono il ruolo fondamentale delle tecnologie nella trasformazione della nostra società. Giovani, competenze, cambiamento dei modelli di business, ecosistemi digitali, essere complementari al piano di crescita del paese: sono queste le parole chiave di quest’anno. Il Presidente del Comitato di Programma Dario Pagani, Executive Vice President Information & Communication Technology di Eni, le approfondisce in un’intervista esclusiva rilasciata a ZeroUno
Gli Incontri ICT di Finaki rappresentano un importante momento di confronto e riflessione all'interno della comunità dei CIO italiani sui grandi temi che vedono il ruolo fondamentale delle tecnologie nella trasformazione della nostra società. Giovani, competenze, cambiamento dei modelli di business, ecosistemi digitali, essere complementari al piano di crescita del paese: sono queste le parole chiave di quest’anno. Il   Presidente del Comitato di Programma Dario Pagani, Executive Vice President Information & Communication Technology di Eni, le approfondisce  in un’intervista esclusiva rilasciata a ZeroUno ZeroUnoIl tema dei giovani è strettamente correlato a quello delle competenze. Secondo l’EU Digital Skill & Jobs, nel 2020 il divario tra domanda e offerta di competenze necessarie a sostenere la trasformazione determinata dall’Application economy raggiungerà in Europa le 756.000 unità. Questo è solo uno dei tanti dati che ci indicano un gap tra esigenze del mercato e competenze disponibili e questo vale sia lato dipartimento ICT sia lato LOB. Al di là della carenza di skill specifici (data scientist in primis, ma anche sviluppatori ecc.) cosa non dovrebbe mancare nel bagaglio di competenze di un giovane che entra in azienda oggi, nei sistemi informativi o in altra area aziendale? PaganiLo scorso anno a Finaki abbiamo parlato di macchine intelligenti, macchine in ausilio all’attività umana, che potenziano il nostro sapere e queste macchine andranno a sostituire alcune specifiche competenze, ma quello che le macchine non faranno mai sono i lavori creativi, la capacità di fare networking, di essere empatici, di lavorare in squadra. Le macchine consentono di scalare verso l’alto nella conoscenza, ma è sempre l’uomo al centro. Fatta questa doverosa premessa, oggi abbiamo bisogno sia delle competenze tradizionali (a partire dal classico sviluppatore, per esempio) sia di quelle più nuove (che non sono solo il data scientist), ma anche di una maggiore capacità di esecuzione, guidata da una nuova logica dell’errore [vedi risposta alla domanda seguente – ndr]. Competenze nelle quali è indispensabile andare oltre la formazione tradizionale tecnologica innestando elementi di discipline umanistiche e considerando i sistemi come avviene nelle discipline olistiche. E soprattutto abbiamo bisogno di contaminazione: tra il mondo dei sistemi informativi e quello del business, lavorando sempre più insieme e sperimentando nuovi modelli organizzativi, e tra le varie discipline perché essere “informatici” oggi significa anche saperne di sociologia, di economia … ZeroUnoNel titolo del convegno si legge ”Le sfide di un mondo in versione beta”, definizione intrigante che sottintende un mondo in perenne trasformazione… Pagani: Esatto. E questa è l’altra considerazione che ha guidato la definizione del programma di quest’anno. Parto da una piccola considerazione personale: se guardo ai primi 25 anni della mia vita professionale, vedo un’evoluzione lineare, senza grandi scossoni, con trasformazioni cicliche che avevamo tutto il tempo di analizzare, “digerire”, testare ecc.; gli ultimi 10 anni sono stati una sorta di frullatore, con trasformazioni, anche di portata dirompente, continue. L’accelerazione della trasformazione è tale che stiamo parlando di trasformazione continua e se la situazione è questa non possiamo avere, nei confronti della tecnologia, lo stesso approccio del passato. Con questa affermazione, mi rivolgo non solo ai colleghi dei sistemi informativi, ma anche (e forse soprattutto) alle persone del business: nella nostra precedente vita, noi come sistemi informativi abbiamo abituato il business al fatto che quando un’applicazione veniva rilasciata era robusta, sicura, iper-testata dove gli eventuali “bachi” venivano considerati un’onta da noi stessi prima ancora che per il business. Oggi un approccio di questo tipo è perdente.  Se riconosciamo che oggi la vera capacità competitiva si misura principalmente in termini di agilità e velocità, dobbiamo avere la consapevolezza che è come se le nostre applicazioni fossero sempre in versione beta. Naturalmente questo non significa non porre la dovuta attenzione ad alcuni fondamentali dell’informatica, ma alcuni di questi fondamentali sono cambiati, prima fra tutti la cultura dell’errore: l’importante non è non sbagliare mai, l’importante è avere un’organizzazione e un’infrastruttura tecnologica che mi consentano di capire il più rapidamente possibile che sto sbagliando e, altrettanto rapidamente, mi permettano di sperimentare una nuova strada. Si può leggere l’intervista integrale, ricca di contenuti e spunti di riflessione, sul sito di ZeroUno al link  http://www.zerounoweb.it/osservatori/cio-it-transformation/finaki-2017-le-sfide-di-un-mondo-in-versione-beta.html